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Leggende Abitative

Si dice che i muri possano assorbire energie negative: la pratica per neutralizzarle senza rischi

📅 16 Agosto 2026✍️ di Sabrina De Gennaro⏱️ 7 min di lettura

La prima volta che ho sentito un muro sospirare ero bambina, a casa di mia nonna, quando la bora soffiava così forte da far vibrare i quadri. Mia nonna diceva che i muri, come vecchie tovaglie, trattengono più di quanto vediamo: odori, voci, persino gli scampoli d’umore di chi li ha sfiorati. Abitando oggi in una casa triestina piena di oggetti ereditati, ho imparato che quelle storie, pur poetiche, si intrecciano con dettagli molto concreti dell’abitare. Ed è da questo incrocio tra mito e buon senso che nasce una pratica semplice e sicura per restituire leggerezza all’aria e sollievo agli ambienti, senza rischiare danni a persone e materiali.

Perché immaginiamo che i muri “bevono” l’atmosfera

La credenza che le pareti assorbano ciò che viviamo non è solo un ricamo folclorico. Le case respirano, soprattutto quando l’intonaco è a base di calce e i muri sono spessi: trattengono umidità, rilasciano lentamente odori, registrano con i loro pori il passaggio del tempo. Nelle giornate di pioggia, una casa antica sa di cantina; dopo una festa, rimane nell’aria un’eco di risate e profumo. A tutto questo, la nostra mente aggiunge narrazione, ed è lì che il ricordo di un litigio o di una gioia sembra rimanere appeso accanto a una cornice.

In fondo, i muri sono la pelle della casa: raccontano le abitudini, custodiscono il microclima, riflettono la luce che portiamo dentro. La memoria dei luoghi, più che un archivio di energie invisibili, spesso è un mosaico di segnali sensoriali, odori e suoni che noi interpretiamo. E l’interpretazione, come sanno gli antropologi dell’abitare, può orientare il nostro umore e persino la qualità del sonno, nel bene e nel male.

Cosa c’è di reale dietro sensazioni ed “energie”

Parlare di energie negative è un modo istintivo per dire che un luogo ci pesa. A volte il peso è materiale: polvere accumulata sulle pareti ruvide, odori intrappolati in tende e intonaci, tracce di umidità, scarsa aerazione, luci fredde o mal dirette. Talvolta è tecnologico: fili e dispositivi moltiplicano suoni impercettibili e piccole emissioni, in un universo domestico attraversato da segnali e da un costante brusio di fondo legato anche al Campo elettromagnetico.

C’è poi l’aspetto percettivo. I rituali domestici funzionano perché danno forma al nostro desiderio di controllo e di cura: pulire, aprire le finestre, passare una mano lungo la parete, accendere una campanella. Anche il solo fatto di definire un tempo e un gesto ha un impatto emotivo e, in certi casi, fisiologico. È l’effetto del significato che attribuiamo alle azioni, un fenomeno studiato dalla psicologia clinica e noto come Effetto placebo.

Da giornalista che vive tra leggende famigliari e malte antiche, ho imparato a non contrapporre mito e attenzione pratica: le storie ci guidano, i gesti concreti creano le condizioni per sentirsi meglio. Per questo, la “pulizia” delle energie di casa può essere affrontata in modo sobrio e, soprattutto, sicuro per noi e per i materiali.

La pratica sicura: luce, aria, gesto leggero e sale

Scelgo sempre un’ora di luce gentile, preferibilmente il pomeriggio. Apro le finestre con decisione, come si apre un sipario, e lascio che la corrente accarezzi stanze e corridoi. L’aria fa il primo lavoro: smuove, rinnova, asciuga. Nel frattempo preparo un panno in microfibra leggermente inumidito con sola acqua tiepida. Se le pareti sono lavabili, aggiungo una goccia di sapone neutro pH delicato, ma prima faccio una prova in un angolo nascosto: un gesto semplice che evita aloni e cattive sorprese.

Passo il panno con movimenti verticali, lenti e regolari, a grandi tratti, senza insistere sulle zone sensibili come vicinanze di prese, vernici opache delicate, stucchi e decorazioni. L’obiettivo non è strofinare, ma sollevare la polvere fine che spegne i colori e trattiene odori. Dove intravedo piccole ombre di umidità, evito detergenti acidi e soluzioni improvvisate: lascio che la ventilazione faccia la sua parte e, caso mai, annoto per una verifica successiva.

A pulizia finita, preparo una ciotola di terracotta con una manciata di sale grosso. La appoggio su un piattino in ceramica smaltata per proteggere i ripiani ed evito marmi e metalli, che il sale può opacizzare o corrodere. La colloco in un punto alto ma visibile, non a portata di bambini o animali domestici. Non serve esagerare: una sola ciotola per stanza è più che sufficiente, e la lascio lavorare ventiquattr’ore. Il sale richiama l’umidità dell’aria e, nel nostro immaginario, trattiene ciò che appesantisce. Il giorno dopo lo sciolgo nel WC con abbondante acqua e lavo la ciotola; niente getti in giardino o nelle aiuole, per rispetto del suolo e delle piante.

Chiudo con il suono. Una piccola campanella o un paio di battiti di mani in ogni angolo della stanza spezzano la staticità, richiamano attenzione e presenza. Lo faccio senza teatralità, come si dà il benvenuto a una stanza appena resa più chiara. A volte dico a voce bassa cosa mi aspetto da quell’ambiente: silenzio nel corridoio, qualità del tempo in salotto, riposo in camera da letto. Non è magia: è accordatura.

Prima di richiudere le finestre, controllo che non ci siano correnti troppo aggressive, soprattutto nelle case antiche triestine dove il vento sa picchiare. Riordino con calma e, se voglio aggiungere un profumo, scelgo una sola nota leggera e non persistente, evitando spray invadenti. Il compito della fragranza è una punteggiatura, non un velo che copre.

Segnali di riuscita, frequenza e cautele

Come capire se la stanza si è alleggerita? La risposta sta nelle sensazioni elementari: l’aria sa di pulito e non di prodotto, i colori sulle pareti sembrano più nitidi, la notte si dorme con più facilità e durante il giorno si tende a sostare più volentieri. Se dopo la prima volta qualcosa ancora stona, ripeto la pratica a distanza di una settimana, poi mensilmente o in coincidenza con i cambi di stagione.

Le cautele sono la parte non negoziabile del rito. Evito aceto o alcol sulle pareti verniciate senza test preliminare, non mescolo mai prodotti diversi, non uso candeggina all’interno della casa se non con necessità specifiche e ben ventilate. Se noto macchie scure che si allargano o odori persistenti di umido, non insisto con gesti simbolici: potrebbe trattarsi di infiltrazioni, ponti termici o ventilazione inadeguata, questioni tecniche che richiedono un sopralluogo professionale.

Lo stesso vale per le fumigazioni: l’idea di “purificare” con erbe bruciate ha un fascino antico, ma fumo e residui non sono amici dei polmoni né delle vernici. Se proprio desidero una componente aromatica, preferisco un diffusore a freddo con poche gocce di essenza delicata, acceso per un tempo limitato e mai in presenza di bambini, anziani fragili o animali sensibili.

La casa come narrazione condivisa

Nei cassetti del comò che mi ha lasciato zia Adriana vive, a quanto si dice, una fata che ama la lavanda. È la storia che racconto agli ospiti mentre passo un panno sul piano impolverato e apro i vetri sul cortile, sentendo il profumo delle librerie antiche salire come un respiro. Ogni gesto domestico, se ben fatto e rispettoso dei materiali, riscrive un rigo della nostra convivenza con le stanze. Non occorrono strumenti esoterici: servono attenzione, misura e la volontà di ascoltare.

Ecco perché insisto su una pratica sobria. L’aria nuova libera la mente, la microfibra solleva la polvere che spegne i muri, il sale invita a un tempo di decantazione, il suono chiude il cerchio. La scienza spiega buona parte degli effetti, la psicologia completa il quadro e la tradizione ci regala la forma del rito. In questo equilibrio, anche le case più antiche tornano a parlare con voce chiara.

Quando richiudo le finestre e il salotto riprende la sua temperatura, ripenso alle parole di mia nonna. Forse i muri non trattengono rabbia o gioia come spugne invisibili; di certo, però, riflettono ciò che facciamo per loro. E ogni volta che concedo alla casa aria, luce e un tocco di cura, mi sembra di sentire davvero quel sospiro. Non è superstizione: è la gratitudine delle cose ben tenute, la stessa che, di generazione in generazione, ci restituisce stanze capaci di accogliere, proteggere e raccontare.

Sabrina De Gennaro

Sabrina De Gennaro è cresciuta in una famiglia che trasmetteva di generazione in generazione racconti su fate e folleti che abitano nei mobili antichi. Vive a Trieste in una casa piena di oggetti ereditati, ciascuno con una leggenda propria che ama svelare ai lettori attraverso il suo stile vivace.