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Eroi Greci: Palamede

by Lyssa
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Quello di Palamede è un nome che ricorre spesso nel ciclo troiano e di importanza rilevante, eppure egli non viene mai menzionato da Omero. A parlarci di lui sono molti altri autori, fra cui Svetonio e Euripide, mentre altri testi a lui dedicati, come le tragedie di Eschilo e Sofocle, sono andati perduti.

Le sue origini non sono chiare, ma i più lo definiscono figlio di Nauplio, re dell’Eubea, e cugino di Odisseo. Palamede era un uomo di grande intelletto e saggezza, a lui sono attribuite tantissime invenzioni, dall’aggiunta di alcune lettere dell’alfabeto greco o dei numeri, fino a un gioco da tavolo simile agli scacchi, chiamato “Pessoi”. Egli era anche un grande stratega, Plinio il Vecchio ci racconta di come fu il primo a disporre l’esercito in un vero e proprio schieramento e ad introdurre l’uso di sentinelle, mentre altri autori affermano che fu il primo ad utilizzare i fuochi di segnalazione.

La sua è sicuramente una figura descritta dalle fonti antiche in maniera positiva, esaltando la sua intelligenza e le sue doti e descrivendolo come una vittima della giustizia. Tale era la sua importanza presso i greci che accompagnò Odisseo e Menelao in una ambasciata a Troia prima della guerra.

Effigie di Palamede
Effigie di Palamede, di Guillaume Rouille, 1553.

Palamede a Troia

Qui Palamede tenne un discorso alla corte di Priamo, volto a chiedere la restituzione di Elena e paventando l’ipotesi di una guerra in caso contrario. Tanto fu eloquente che gran parte della corte si convinse, tuttavia Priamo aspettò Paride per prendere una decisione. Quando il principe arrivò in compagnia di Elena, questa dichiarò di essere arrivata a Troia spontaneamente e non rapita, oltre che non aveva alcuna intenzione di tornare da Menelao.

Una volta costituita la spedizione, Agamennone ne assunse il comando supremo, mentre Palamede venne investito, insieme a Odisseo e Diomede, del ruolo di comandante dell’esercito. Si distinse nel sostituire temporaneamente Agamennone durante l’episodio del sacrificio di Ifigenia, così come fu lui a smascherare la follia di Odisseo. Quest’ultimo, infatti, si finse pazzo per non partire alla volta di Troia, ma fu proprio Palamede a svelare l’inganno, piazzando il neonato figlio di Odisseo, Telemaco, davanti al suo aratro. Nel momento in cui Odisseo si fermò per evitare di ucciderlo, fu chiaro che la sua pazzia non era reale. Sono entrambi avvenimenti che, inevitabilmente, lo portarono incontro a una tragica fine.

Palamede di Canova
Palamede, di Antonio Canova. Conservata a Villa Carlotta, Tremezzina (Como). Foto via Wikimedia Commons.

Odisseo naturalmente non si dimenticò affatto di come suo cugino lo avesse trascinato in guerra e la rivalità fra i due era accesa. Altri autori ci raccontano di altri episodi che mettono in contrasto i due greci. Ad esempio, una volta le tende greche furono attaccate da un branco di lupi sceso dal monte Ida. Mentre Odisseo lo inseguì insieme ad alcuni soldati per cacciarli, Palamede si rivelò contrario a questa azione. Egli la riteneva un presagio di pestilenza e disse quindi ai suoi soldati di non mangiare carne ma solo erbe selvatiche. Tempo dopo, effettivamente a Troia arrivò una pestilenza che non toccò i Greci proprio grazie ai suggerimenti di Palamede, che i soldati allora considerarono quasi pari a un Dio.

La morte dell’Eroe


Fortemente geloso e rancoroso, allora Odisseo decise di vendicarsi di lui. Nascose nella tenda del cugino una grande somma di denaro accompagnata da una finta lettera firmata da Priamo, dove ringraziava il greco per avergli rivelato i movimenti dell’esercito acheo. Naturalmente, sempre Odisseo finse di ritrovare la lettera e lo denunciò ad Agamennone. Secondo alcuni autori, Agamennone era egli stesso ben felice di liberarsi di Palamede, non dimenticando di certo come i greci lo acclamarono suo sostituto già una volta.

Si tenne quindi un tribunale di guerra, ma sebbene Palamede si dichiarasse innocente le prove, seppur false, erano schiaccianti. Fu così che i greci lapidarono il comandante Palamede e Agamennone ne vietò la sepoltura. Questo ere un grande sacrilegio e spergiuro, in quanto se un corpo non viene seppellito allora la sua anima non può essere accolta nell’Ade, ma è costretta a vagare per l’eternità senza trovar pace.

Vietare una sepoltura è quindi un atto di grande ostilità, atto a condannarne la memoria, ma Palamede nonostante tutto aveva ancora degli amici. Aiace Telamonio difatti si infischiò degli ordini di Agamennone e tenne un rito funebre, seppellendo l’eroe. La morte di Palamede, tuttavia, non è destinata a rimanere impunita.

La vendetta di Nauplio

Effigie di Nauplio
Effigie di Nauplio, di Guillaume Rouille, 1553.

Questa infatti scatenò la furia del padre Nauplio, che fra le varie fu argonauta e timoniere dell’Argo. Appresa la morte del figlio, dapprima egli raggiunge Troia chiedendo giustizia. Non ottenendo però nulla, Nauplio tornò in Eubea pronto a vendicare di suo pugno la morte del figlio.

Deciso ad ottenere la morte di Odisseo fra tutti, Nauplio intraprese una serie di azioni volte a causarla. Dapprima informò le mogli dei comandanti greci delle infedeltà dei mariti, delle loro concubine che, a sua detta, intendevano poi portare a casa. Di seguito, disse alla madre di Odisseo, Anticlea, che suo figlio era morto in guerra, facendo sì che la donna si suicidasse.

Infine, una volta che la flotta achea riuscì a tornare da Troia egli accese numerosi fuochi lungo la scogliera dell’Eubea, in particolare sul monte Cafareo, in un tratto davvero poco accogliente e adatto alle navi. La flotta, credendo i fuochi la segnalazione di un porto sicuro, si diressero verso di quelli, andando incontro a un grande naufragio.

Tuttavia il bersaglio principale di Nauplio, Odisseo, sopravvisse al naufragio. Scoperta questa notizia, Nauplio si suicidò.

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